
Non dura che alcuni minuti il momento
in cui il sole, calando, va ad incagliarsi nel pezzo di cielo a forma
di cono che due montagne creano con i loro profili. E si colorano le
rare case, quelle che ormai sono soltanto scheletri, ricordo di un conflitto
crudele, e quelle di chi è “rientrato” e che sono
state appena ricostruite, fondamenta di nuove speranze. Si colora anche
la scuola, che ancora non è terminata, ma che appare solida e
funzionale e che porta con sé la promessa di nuove e pacifiche
convivenze.
Sulla strada, sterrata e piena di buche, corre un camioncino bianco.
Dai finestrini aperti si sparge una musica allegra. I passeggeri, all’interno,
non si contano. Quando si ferma, le portiere si aprono e bambini e ragazzi
escono da ogni fessura. In un attimo il prato si riempie di colori,
voci, grida, giochi: palla-cerchio, scalpo, 10 passaggi, bandierina,
pallavolo, calcio, palloncini, pista saponata. Si sente parlare italiano
fra i ragazzi, giovani fra i 18 e i 30 arrivati da Bergamo per partecipare
come improvvisati animatori al Progetto Giovani di Bergamo per il Kosovo.
I bambini invece sono in parte albanesi e in parte serbi. Sono figli
degli abitanti di Siga e Brestovik, due villaggi della vallata di Radavac
alle porte della città di Pëja/Pec. Abitano a poca distanza
gli uni dagli altri, ma probabilmente è la prima volta che giocano
insieme da quando le famiglie serbe sono rientrate in Kosovo dopo il
conflitto. Nei canti che fanno da intermezzo fra una corsa e l’altra
i testi vengono storpiati e le parole pronunciate in modo talmente scorretto
e comico che la lingua e il senso perdono quasi di significato, ma rimane
la bellezza del condividere un pomeriggio di gioco e di festa.
A fine giornata il transit è di nuovo sulla
strada e riporta verso casa i giovani volontari che, nonostante la stanchezza,
non riescono a nascondere un sorriso compiaciuto; avevano tutti grandi
aspettative riguardo a questo viaggio, ma probabilmente fino a poche
settimane fa nessuno di loro avrebbe pensato di assistere ad un evento
così piccolo e naturale nel suo svolgersi, ma così importante
nel suo significato, come il veder giocare insieme bambini di due etnie
che a pochi anni di distanza da una guerra, faticano trovare le basi
per una convivenza civile.
Nel campo rimasto alle loro spalle, qualche vacca pascola pigra sotto
la sorveglianza di uno sguardo annoiato, brucando l’erba e pregustando
l’arrivo della frescura serale. E meravigliandosi quando fra un
boccone e l’altro, dell’insolita presenza, sul prato, di
piccoli pezzi di carta e stoffa colorata, di spago e di palloncini.
Agosto 2005
